Basta un si

Ecco perché serve questa riforma.

RIFORMA COSTITUZIONALE

La discussione sulla riforma costituzionale, che da mesi impegna il dibattito istituzionale e le riflessioni di esperti e di semplici cittadini, non sempre ha avuto toni adeguati alla serietà ed all’importanza del suo oggetto. La legge di revisione costituzionale approvata dal Parlamento, nel rispetto della procedura prevista dall’art. 138 della Costituzione, con cinque distinte votazioni (tre al Senato: 8 agosto 2014, 13 ottobre 2015 e 20 gennaio 2016; due alla Camera: 10 marzo 2015 e 11 gennaio 2016) rappresenta la sintesi di un confronto politico apertosi già in Assemblea costituente e cresciuto di intensità negli ultimi trent’anni. Molte analisi e molto materiale sono stati prodotti in questi mesi da giuristi, politici, commentatori, studiosi, giornalisti e cittadini. Impossibile richiamarli tutti! Capisco che sia difficile per molti farsi un’idea propria leggendo il testo così come approvato dal Parlamento: forse può essere d’aiuto avere una piccola guida che dia risposta alle domande che si presentano spesso di fronte al dibattito in corso. La mia posizione, che ho già illustrato pubblicamente in più occasioni, è per il SI’ alla riforma: sia per ragioni di coerenza costituzionale, sia per ragioni di necessità istituzionale. Per usare le parole di Sabino Cassese: “l’assetto costituzionale che esce dalla riforma si iscrive nella nostra tradizione repubblicana e le fa fare un passo avanti, consolidandola”. Abbiamo tempo per discuterne a fondo!

Fassino: “D’Alema sbaglia, votare sì è di sinistra”

UGO MAGRI

ROMA 5.9.16 LA STAMPA

Lei Fassino ha lanciato, con Veca e Martina, un appello della «Sinistra per il Sì». Ma da quando, scusi, il «sì» è di sinistra?
«Da sempre. I contenuti della riforma sono coerenti con battaglie antiche della sinistra italiana».
Di quali parla?
«Di quella per superare le Province, che incominciò a metà Anni Settanta, quando nel Pci il responsabile Enti locali era ancora Cossutta. Penso alla battaglia per andare oltre il bicameralismo paritario, che faceva parte del programma dell’Ulivo con cui Prodi vinse nel 1996. Penso alla ridefinizione dei rapporti Stato-Regioni, tenacemente voluta dagli amministratori regionali anzitutto di sinistra…».
Un momento: qui si paventa addirittura un «rischio regime», si sostiene che la somma tra monocameralismo e premio di maggioranza ridurrà la democrazia.
«Mi sembra un’enfasi francamente fuori misura. Differenziare le competenze tra Senato e Camera non è una stranezza; semmai l’eccezione europea è rappresentata proprio dal bicameralismo paritario. E sull’”Italicum” faccio presente che, dal 1993, il maggioritario è stato introdotto a ogni livello, dall’elezione dei sindaci a quella del Parlamento nazionale. Se il maggioritario è legittimo, non c’è scandalo nel nuovo sistema elettorale».
E se qualcuno ce lo vede?
«Abbia la coerenza di proporre che si torni al proporzionale».
Quindi l’«Italicum» va bene così?
«Intanto non è materia di referendum, e la Costituzione varrà con qualsiasi legge elettorale. Teniamo le cose distinte. Poi, personalmente, rifletterei se confermare o meno il ballottaggio che cambia di natura in un sistema non più bipolare ma fondato su tre poli. Lo abbiamo visto nelle ultime Comunali, dove il terzo è diventato arbitro tra il primo e il secondo con l’inevitabile conseguenza che, pur di sconfiggere chi è in carica, si realizzano alleanze contronatura. Basti dire che, pur di sconfiggere il candidato della sinistra, la destra pro Tav ha fatto eleggere a Torino un sindaco no Tav».
Il «no» accusa: se questa riforma l’avesse fatta Berlusconi si sarebbero riempite le piazze…
«Il centrodestra propone tutt’altro: la repubblica presidenziale, di potenziare il ruolo del premier, di tagliare certi diritti. Qui non c’è niente del genere. Il ruolo di alta garanzia del presidente della Repubblica resta quello attuale. I poteri del premier sono gli stessi. La riforma introduce semmai innovazioni che allargano partecipazione dei cittadini e controllo democratico. Anzitutto il referendum propositivo, che attribuisce ai cittadini maggiori possibilità di promuovere le leggi. Poi lo statuto delle opposizioni, rivendicazione di chi come noi sa cosa significa stare all’opposizione. Terzo, riconosce alla Corte costituzionale una funzione di verifica preventiva sulle leggi elettorali».
Però D’Alema osserva: con il «sì» stanno industriali e banchieri, con il «no» Cgil e Anpi. Vorrà pur dire qualcosa, non crede?
«I militanti Cgil o dell’Anpi che votano SI sono numerosi pure loro. Io sono vicinissimo alla tradizione partigiana, anche per vicende legate alla mia famiglia, ma non per questo mi sento in contraddizione votando “sì”. Trovo sbagliato dare a questo voto una connotazione ideologica o, peggio, classista».
Un costituzionalista come Zagrebelsky intanto annuncia: «Se vince il “sì” smetto di insegnare».
«Mi auguro invece che continui, quale che sia l’esito del referendum. Che si è caricato di troppe tensioni».
Renzi, personalizzando, ci ha messo del suo…
«Ma ha riconosciuto l’imprudenza iniziale. È il momento di abbassare la temperatura. E di giudicare serenamente la riforma in base ai contenuti, non ai pregiudizi».
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