Qui chi non terrorizza si ammala di terrore

“Qui chi non terrorizza si ammala di terrore” scriveva nel lontano 1973 Fabrizio De Andrè nella sua canzone “Il bombarolo”. E da questi versi prende avvio la splendida riflessione di Piergiorgio Cattani apparsa sul Trentino del 28 luglio. Vi invito di cuore a leggerla con attenzione (sempre che ci sia qualcuno lì fuori…) perché ci aiuta ad usare il cervello nell’affrontare le tragedie del nostro tempo, dando la giusta proporzione ai fatti e alle loro conseguenze. Ma anche liberandoci dall’oppressiva sensazione di impotenza che tanto ci inquieta, rendendoci facili prede di pregiudizi e di stereotipi pericolosi. E per non finire “stritolati  nella fabbrica della paura” bisogna lavorare tutti insieme, senza distinzioni di appartenenze religiose, culturali, politiche o etniche, puntando “sulla fraternità e sulle intelligenze diffuse”. Così dice Shahrzad Houshmand Zadeh, teologa musulmana (il cui nome da Mille e una Notte tradisce la sua origine persiana..) che insegna alla Pontificia Università Gregoriana di Roma in questa intervista. Insomma, anche davanti alle violenze terribili della nostra storia recente sentiamo di avere, come donne e uomini di buona volontà, un compito possibile da svolgere, a partire dai nostri comportamenti quotidiani. E questo ci restituisce fiducia e serenità di sguardo.

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Una risposta a “Qui chi non terrorizza si ammala di terrore

  1. Mi sembra una riflessione sensata, e lievemente mi rammarico che le riflessioni sensate siano degne di nota: in una società ragionevole, benché profeti e luminari siano sempre esistiti e abbiano sempre lottato per la crescita comune verso il bene, questo non dovrebbe accadere.
    Purtroppo l’invito al raziocinio di Cattani, sebbene a priori universalmente condivisibile, sembra destinato a soccombere di fronte alle celeberrime chiacchere da bar, la perenne connessione alla rete e l’apparente conoscenza che ne deriva, l’abitudine vecchia di duemila anni di fare di tutta l’erba un fascio, il voler spiegazioni immediate, concise e immediatamente comprensibili per qualsiasi avvenimento; ecco di cosa è costituita invece la realtà odierna e la normalità per la maggior parte delle persone.
    Se il neo-eletto statunitense esordisce con “ricostruiremo le nostre autostrade, i ponti, i tunnel, gli aeroporti, le scuole e gli ospedali” (discorso della vittoria) – utopia stringata che la realtà dei fatti non potrà concedere – e gli elettori ci credono, il raziocinio invocato nell’articolo è lungi dall’essere desiderato. Al suo posto c’è, purtroppo apparentemente diffusa, una rabbia e un sentimento di repulsione violenta.
    Per fortuna anche il popolo più antico e martoriato della storia crede ancora nell’esistenza di 36 giusti che assicurano la salvezza del mondo: ci sentiamo quindi legittimati a sperare e a fare, nel nostro piccolo, del nostro meglio.
    Senza dubbio bisogna coltivare instancabilmente la voglia e l’abilità di ragionare, per essere, senza fermarsi al primo termine del famoso binomio, “animali pensanti”.

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